Chi non ha mai pensato di volersi trasferire all'estero, di voler cambiare vita e Paese, lavorare altrove integrandosi con usi e costumi di un altro Stato. Nella nostra inchiesta sul welfare pubblicata sul n. 8 di Walk on Job abbiamo messo a confronto Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania e Norvegia per capire come se la cavano tra lavoro, disoccupazione, sussidi e stipendi. Qui abbiamo raccolto la testimonianza di Domenico Pasto (nella foto), expat 31enne laureato in Informatica all'Università di Messina che da 6 mesi vive a Londra e lavora come software analyst.
Domenico, perché hai deciso di trasferirti all'estero?
«Perché dopo la laurea ho passato quasi 2 anni a cercare lavoro, ma le proposte che mi venivano fatte erano semplicemente improponibili».
Perché proprio Londra?
«È una città multiculturale e le persone sono abituate ad avere a che fare con gli stranieri. La loro cordialità e disponibilità è stata fondamentale per il mio inserimento, sia lavorativo che sociale».
Quali servizi hai usato per trovare lavoro?
«Ho trovato il primo impiego appena arrivato, grazie un amico, in un ristorante italiano. Ma per lavorare nel mio settore, ho usufruito dei siti Internet che mettono in contatto i professionisti con le aziende. In questo l'Inghilterra è molto più avanti dell'Italia: oltre alle classiche realtà online, infatti, esistono anche delle agenzie che con 40 sterline, circa 46 euro, selezionano le offerte di lavoro più idonee al tuo curriculum, e svolgono molto seriamente questo ruolo».
Hai trovato subito quello che cercavi?
«Dopo qualche mese. L'ostacolo più grande, per quanto mi riguarda, è stata la conoscenza della lingua che per le aziende deve essere perfetta».
Hai frequentato corsi di inglese?
«Sì, frequento ancora un corso d’inglese presso una scuola di lingua privata. Pago circa 115 euro mensili e decido io per quanto frequentare. Prezzi e organizzazione sono simili anche in Italia e consiglio a chi vuole trasferirsi in Inghilterra di frequentare un corso di lingue».
Quali differenze hai trovato tra il mondo lavorativo inglese e quello italiano?
«Molte. Le retribuzioni sono più elevate rispetto all'Italia e aumentano con la crescita professionale. Ad esempio, il mio stipendio supera del 30% quello di un informatico in Italia. Le possibilità di fare carriera sono tante e i tempi dipendono esclusivamente da quanto ci si impegna. I contratti sono tutti a tempo indeterminato, ma è anche vero che gli scansafatiche non hanno vita facile. La gestione e la ricerca del personale è continua: le aziende sono sempre alla ricerca di giovani da inserire nel loro organico».
L’Inghilterra come si comporta nei confronti dei disoccupati?
«Il problema della disoccupazione è presente anche oltre la Manica e ai disoccupati sono garantiti dei sussidi. Possono usufruirne sia coloro che hanno lavorato per almeno 2 anni nel Regno Unito e che hanno perso il posto, sia chi ha lavorato per almeno 6 mesi ed è stato licenziato, ma parliamo di somme più basse».
Come viene vissuta la crisi?
«I londinesi dicono che la crisi c'è: le aziende hanno ridotto i costi ed i benefit per i dipendenti. Ma, stando ai media, l’economia inglese continua a crescere anche se più lentamente rispetto al passato. A mio parere, però, stanno gestendo bene il momento di difficoltà».
Che tipo di contratto hai attualmente?
«Un tempo indeterminato. Lo stipendio è di 1500 sterline, circa 1750 euro, che non è molto se consideriamo la media inglese che supera le 2000 sterline, almeno nel mio campo. Ma sono qui da 6 mesi quindi mi ritengo soddisfatto».
Intendi tornare in Italia?
«Mi piacerebbe poter dire di sì, ma l’Italia non offre le possibilità che ci sono a Londra. Tornerò solo per le vacanze».
Intervista di Floriana Riso
pubblicata sul n.8 di Walk on Job